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Coltivazione

La tartuficoltura e' un'attivita' agricola di estremo interesse per l'Italia, il cui territorio presenta ampie zone vocate allo sviluppo delle specie pregiate di tartufo. Ricordiamo, tra le specie piu' pregiate a livello mondiale, il Tuber melanosporum Vitt. e il Tuber magnatum Pico, "dono" quasi esclusivo di alcune regioni dell'Italia come il Piemonte, l'Emilia Romagna, le Marche, l'Umbria, e la Calabria.

I tentativi razionali di coltivazione sperimentati in passato si riferiscono solo al Tuber melanosporum, probabilmente perche' trattasi della specie piu' facile ad individuarsi grazie alla formazione del cosiddetto “pianello” o “cava”.

Le prime notizie sui tentativi di coltivazione del tartufo nero nell'Italia centrale risalgono al secolo scorso, quando un certo signor Pietro Fontana, di Spoleto, consigliava di interrare i tartufi piu' piccoli in prossimita' di piante di quercia e di leccio. Tuttavia, l'origine della tartuficoltura moderna si deve a Mannozzi-Torini (1956), ricercatore che ideo' e mise a punto un metodo di produzione delle piante micorrizate. Proprio grazie a tali metodologie di coltivazione, nel ventennio compreso tra il 1955 ed il 1975, furono messe a dimora innumerevoli piante micorrizzate in molteplici impianti, con risultati non completamente noti. Negli ultimi trenta anni si e' verificato un notevole impulso alla coltivazione dei tartufi, passando da attivita' di sperimentazione piuttosto empiriche ad una tartuficoltura effettuata su basi scientifiche.

Grazie alle ricerche sull'ecologia e sulla biologia dei tartufi pregiati ed al miglioramento delle tecniche di produzione delle piante tartufigene, e' stato possibile impiantare tartufaie utilizzando un buon materiale vivaistico in siti con caratteristiche pedoclimatiche idonee alla specie di tartufo coltivata.

Piu' problematica risulta la coltivazione del Tuber magnatum, che viene effettuata solo in Italia e che sta dando risultati contrastanti. 

La coltivazione del Tuber aestivum Vitt., del Tuber mesentericum Vitt. E del Tuber albidum Pico, e' stata introdotta solo di recente ne' i primi risultati possono essere considerati scientificamente attendibili.

Da notare una curiosita'. Complessivamente in Italia si producevano alla fine del secolo scorso qualcosa come 107.600 kg di tartufi per un valore complessivo di lire 1.374.125, molto inferiore al fatturato francese.

E' vero che il centro-europa e' stato per due millenni il centro del commercio del tartufo, ma questo fungo ha una grande storia d'uso anche in altre colture: i tartufi del deserto (terfezie) dell'Asia occidentale e del nord Africa sono stati apprezzati dai nomadi e dagli stanziali sin dalle epoche preistoriche; nel Kuwait durante le buone annate le terfezie giungevano nelle citta' dei deserti limitrofi; l'uso del tartufo in Asia e' stato poco documentato: la medicina tradizionale cinese sembra non includere il fungo ipogeo anche se esso e' molto diffuso in alcune parti della Cina; in Giappone era famosa una zuppa fatta con i tartufi; studi condotti nell'oregon, hanno indicato che gli indigeni americani dovevano conoscere i tartufi ma sembra non ne facessere uso. Oggi il tartufo bianco dell'Oregon (Tuber gibbosum) gode di una certa importanza culinaria ed e' ben conosciuito presso i membri della "Societa' Nord America del Tartufo".

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